Restauro dell’Abbazia di San Clemente a Casauria dopo il sisma del 2009
Kreditpunkte
Kunde
Ministero dei Beni Culturali
Mitarbeiter
Francesco de Sanctis
Fausto Di Marco
Sergio Caranfa
Autoren
Berardino D’Eramo
Gianmarco De Felice
L’intervento affronta il tema della ricostruzione di un monumento dopo il sisma. Di fronte a troppi esempi in cui, con il pretesto di garantire la sicurezza sismica si replica la forma dell’opera crollata con nuove strutture celate all’interno, questo intervento dimostra il primato della tecnica costruttiva muraria.
Technische Zeichnungen:
Erweiterter Bericht:
Relazione estesa
Troppo spesso nel restauro dei beni monumentali, l’analisi strutturale spinge l’intervento di riabilitazione oltre la misura adeguata a garantire la conservazione del bene. Guidati dalla sana richiesta di sicurezza, ma imbrigliati nei legacci di modelli ancora incapaci di dare una corretta rappresentazione dell’effettivo comportamento strutturale, specie per azioni sismiche, si tradiscono il rispetto e la conservazione del bene. Diventa quindi necessario, da una parte, sviluppare strumenti di calcolo in grado di fornire una migliore risoluzione del problema e, d’altra parte, restituire al progettista la facoltà di scelta dell’intervento, indipendentemente dall’esito del calcolo convenzionale.
Il restauro dell’Abbazia di San Clemente a Casauria dopo il terremoto del 6 aprile 2009, finanziato dal World Monuments Fund e dalla Fondazione Pescarabruzzo è un progetto emblematico in questo contesto. Grazie al conforto di una modellazione raffinata del comportamento strutturale è stato possibile eseguire un intervento di ricostruzione con metodi e tecniche tradizionali, proprie del cantiere murario, reimpiegando gli stessi elementi lapidei recuperati dal crollo, senza la necessità di fare ricorso a nuovi materiali, ma dimostrando l’efficacia sismica della fabbrica muraria e progettando gli elementi di ritegno con il principio del minimo intervento.
L’abbazia era stata gravemente danneggiata dal terremoto del 6 aprile 2009, che aveva causato il drammatico crollo del muro di timpano posteriore della navata centrale sui magnifici apparati scultorei del cero e dell’ambone pasquale conservati dentro la chiesa (Fig. 2). Il progetto veniva intrapreso solo poche settimane dopo il terremoto, grazie all’impegno del World Monuments Fund e della Fondazione Pescarabruzzo, che insieme prendevano la determinazione di finanziare le opere di restauro. I tempi furono molto serrati: il progetto, redatto in poche settimane, era presentato in conferenza stampa il 1 luglio 2009, la gara d’appalto vinta dalla ditta Cingoli Nicola e Figlio, i lavori cominciati il 27 gennaio 2010 e terminati l’8 aprile 2011, due anni e due giorni dopo l’evento sismico.
Il crollo del muro di timpano posteriore aveva creato una situazione di grave instabilità con brani di muratura ancora pericolanti, che facevano temere la successione di ulteriori e rovinosi crolli. Il cantonale del muro di timpano si trovava in equilibrio precario, com’era, separato dalla muratura da una lesione con apertura in sommità di 17 cm. La capriata in adiacenza alla parete crollata, priva dell’appoggio su uno dei due lati era anch’essa in stato pericolante. L’equilibrio era garantito dagli arcarecci e dall’appoggio sull’altro lato, che al contrario non era compromesso, anche se insisteva su un elemento murario sconnesso dalla parete. D’altra parte, le numerose repliche che seguirono all’evento sismico principale, continuavano a causare la caduta di macerie dalla muratura del timpano.
Non essendo possibile intervenire per mettere in sicurezza le parti pericolanti dell’abbazia senza rischiare di compromettere l’integrità degli apparati scultorei sottostanti, si decise di costruire dei gabbioni in carpenteria metallica su rotelle, con una copertura in lamiera metallica a protezione dei due oggetti scultorei. Si trattava di una sorta di “scutum” su rotelle, che proteggesse dal fuoco nemico, dove il nemico erano le scosse sismiche di assestamento e i crolli che ne conseguivano. Mentre venivano realizzate in officina le strutture metalliche, le maestranze, con un ombrello di protezione più rudimentale, procedevano a raccogliere le macerie del crollo miste a schegge degli apparati scultorei investiti dalle macerie. Il materiale raccolto veniva passato al vaglio per recuperare ogni frammento degli apparati lapidei del cero e dell’ambone e classificarli in vista del successivo intervento di restauro. Una volta completata questa fase e posizionati gli “ombrelli” di protezione sul pulpito casauriense e sul candelabro pasquale, si poteva finalmente procedere alla messa in sicurezza delle parti dell’abbazia ancora pericolanti. Non era possibile operare dal basso senza pregiudizio per l’incolumità delle maestranze, e pertanto furono utilizzati due cestelli, in modo che gli operai, in tutta sicurezza, operando dall’alto con cinghie e funi potessero smontare la parte di copertura a repentaglio, rimuovere le parti murarie in pericolo di crollo e quindi apporre un telo di protezione dalle intemperie in vista dell’imminente restauro.
Il progetto di restauro muove dalla lettura dei gravi dissesti che la chiesa aveva manifestato nell’evento sismico del 6 aprile 2009, individuando, secondo una prassi ormai consolidata, i macro- elementi strutturali ed i meccanismi di danno e/o collasso che si erano manifestati e proponendo la ricostruzione delle parti crollate o severamente compromesse dal sisma, attraverso il medesimo linguaggio murario che è proprio della costruzione originaria, opportunamente ricondotto alla regola dell’arte e corretto nei difetti e nelle anomalie costruttive, senza però stravolgere il funzionamento strutturale d’insieme (Giuffrè, 1991). E quindi: le parti crollate ricostruite in muratura, le lesioni risarcite mediante la tecnica tradizionale del cuci-scuci, le parti interessate da lesioni diffuse o fenomeni di schiacciamento rigenerate attraverso adeguate iniezioni di miscele consolidanti di calce idraulica naturale. Inoltre, nel progetto, venivano messi a punto gli interventi strutturali necessari a garantire un livello di sicurezza adeguato rispetto ai meccanismi evidenziati dal sisma, attraverso l’inserimento di catene atte a realizzare il collegamento tra le murature ed evitare l’insorgere dei meccanismi di collasso locali, nello spirito del miglioramento sismico, secondo quanto disposto dalle linee guida per la valutazione e la riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale.
L’intervento più impegnativo in progetto era certamente la ricostruzione del muro di timpano sopra l’arco traverso che segna una netta cesura tra le due metà del corpo di fabbrica dell’abbazia. Dal punto di vista geometrico il muro costituiva un forte elemento di discontinuità in direzione longitudinale, del tutto estraneo all’impianto basilicale, dovuto al salto di quota della navata centrale dalla parte anteriore a quella posteriore. Dal punto di vista costruttivo, si trattava di un elemento di manifattura povera, frutto di una ricostruzione veloce, priva di paramenti in pietra squadrata, che interrompeva l’elegante coronamento esterno dell’aula con archetti e colonnine. Una muratura costruita rapidamente e in economia presumibilmente per restituire al culto la chiesa dopo uno dei numerosi eventi sismici che interessavano l’abbazia. Non stupisce quindi la qualità modesta della muratura in pietrame grezzo, priva di legamenti trasversali, interrotta dalla presenza dell’oculo centrale e di due monofore ai lati. Dal punto di vista strutturale, il muro di timpano sopra l’arcone traverso rappresenta il principale diaframma di controventamento trasversale dell’intera costruzione. Tale circostanza era stata bene evidenziata da Ignazio Carlo Gavini, autore del principale intervento di restauro dell’Abbazia casauriense nel 1922, all’indomani dei danni subiti con il terremoto di Avezzano del 1915 (Gavini, 1923). Il Gavini, ai fianchi dell’arcone aveva realizzato a suo tempo due archi in laterizi, con la muratura soprastante fino al tetto delle navatelle laterali, come elementi di completamento del diaframma resistente alle azioni sismiche trasversali.
La complessità di una struttura basilicale come l’abbazia di San Clemente, non si presta all’impiego dei codici di calcolo correnti: non sono applicabili gli schemi strutturali basati sulla riduzione delle pareti murarie a telai equivalenti, né i metodi basati sull’analisi dinamica modale. I primi, inadeguati perché l’equivalenza tra la muratura e il telaio è tarata su edifici comuni, non su grandi aule basilicali, i secondi, utili certamente a capire il comportamento d’insieme del complesso, ma non per stimare il livello di sicurezza rispetto alle condizioni di stato limite ultimo della struttura.
Le verifiche strutturali dell’abbazia di San Clemente a Casauria sono state condotte scomponendo la struttura nei suoi elementi strutturali principali, che si prestano ad essere modellati con un maggior dettaglio, facendo ricorso a modelli non lineari. L’attendibilità di un simile approccio per macro-elementi trova conferma nell’analisi dei danni subiti dalle chiese in occasione degli eventi sismici passati, che mostrano situazioni ricorrenti, bene interpretabili attraverso la scomposizione in elementi strutturali distinti. Nel caso in specie, è stato adottato un approccio di modellazione agli elementi distinti, una tecnica nata nei primi anni ’70 per la risoluzione di problemi di stabilità di massicci rocciosi fratturati. L’approccio, ben si adatta all’applicazione alle strutture in muratura in virtù della capacità di modellare esplicitamente l’effettiva tessitura muraria, tenendo conto nel contempo delle non linearità nel comportamento costitutivo dei materiali lapidei e dei giunti di malta. Attraverso la modellazione DEM sono stati simulati i cinematismi di collasso strutturale (Fig. 5-6) e determinata la curva di capacità forza-spostamento nelle condizioni ante e post-intervento, al fine di valutare l’efficacia delle opere di miglioramento sismico in progetto e, dal confronto con la domanda sismica rappresentata dallo spettro di progetto elastico, ottenere una stima della sicurezza.
La condizione della muratura al di sopra dell’arco traverso all’inizio dei lavori era più compromessa di quanto non era dato a vedere in sede di progetto; le due angolate e la muratura fino alla quota delle reni dell’arco in pietra dovevano essere smontate interamente, lasciando l’arco traverso praticamente libero per buona parte della sua luce. Non è mai facile smontare una muratura storica, ancorché in pietra grezza; si è frenati dalla tentazione di conservare ogni singolo elemento lapideo, come testimonianza materica del monumento; nel caso in specie, la muratura era povera, inconsistente e troppo gravemente lesionata per essere conservata. I rinfianchi del grande arco traverso vennero quindi smontati, i conci esterni dei cantonali, pur non squadrati vennero numerati per poi essere rimontati nelle stesse posizioni, in modo da non modificare gli elementi terminali del paramento esterno.
Considerando lo spessore relativamente esiguo (poco meno di 20 cm) dell’arco traverso, a fronte di una luce di circa 660 cm, i carichi della muratura del timpano da ricostruire, e soprattutto il ruolo cruciale della parete come elemento di controventamento alle azioni trasversali, era necessario potenziarne il funzionamento strutturale dell’arco aumentandone la sezione. Si procedette quindi alla costruzione di un secondo arco in conci di pietrame sbozzato di fattura e dimensioni analoghe, disposto all’estradosso dell’arco esistente (Fig. 8). Prima di realizzare il secondo arco sull’estradosso, si dovette assicurare la tenuta dell’arco sottostante con una puntellatura adeguata, mentre i rinfianchi in muratura grezza venivano consolidati con iniezioni di miscele a base di calce idraulica naturale per rinforzare le imposte del nuovo arco onde evitare che potesse patire cedimenti o fessurazioni durante la realizzazione della muratura soprastante.
Per il trasferimento di sforzi di taglio all’interfaccia tra i due archi, e quindi per garantire un comportamento monolitico dell’insieme, i conci dei due archi sovrapposti vennero imperniati tra loro attraverso coppie di barre in acciaio inox di diametro 12 mm. (Fig. 8). Inoltre, sulla base dei risultati delle analisi strutturali, alla quota delle reni dell’arco traverso, venivano inserite due coppie di barre di acciaio inox F14 per ciascuna delle imposte con giacitura inclinata munite di capochiave interno incassato nel concio in pietra e capochiave esterno con bolzone metallico in acciaio inox. Nel corso dello smontaggio del muro di timpano lesionato veniva rinvenuto un imponente radiciamento ligneo, interamente incassato nella muratura alla base delle monofore (Fig. 9). L’impiego di radiciamenti, muniti di staffe chiodate al legno e bolzoni metallici alle estremità disposti a contrasto dell’apparecchio lapideo delle murature, era divenuta una prassi comune nell’area abruzzese, specie dopo il terremoto del 2 febbraio 1703. Le travi lignee erano impiegate come tiranti per collegare le pareti murarie ortogonali e vincolarne il moto di ribaltamento verso l’esterno. Il rinvenimento di questo presidio sismico da corpo alla tesi che l’abbazia abbia riportato gravi danni dal terremoto e il muro di timpano sia stato realizzato nella ricostruzione successiva all’evento sismico del 1703.
Nel caso in specie, tuttavia le estremità del radiciamento erano compromesse e le staffature metalliche completamente corrose; inoltre, la discontinuità nella struttura muraria indotta dalla presenza della trave lignea, non aveva giovato alla risposta sismica fuori dal piano e la trave incassata nella muratura aveva costituito una sorta di cerniera cilindrica intorno alla quale si era manifestato il moto di ribaltamento che aveva portato al collasso del muro di timpano. In sostituzione della trave lignea rinvenuta, alla quota di estradosso del nuovo arcone, veniva disposto il tirante costituito da una coppia di barre di acciaio inox di diametro 24 mm, incassate nella muratura e munite di bolzoni esterni; una catena analoga era prevista sulla sommità della parete, alla quota di estradosso dell’oculo.
Nella ricostruzione del muro di timpano venivano riutilizzati gli elementi lapidei originari rinvenuti dal crollo, opportunamente vagliati, risagomati e, ove necessario, integrati con conci della medesima natura, recuperati da altre fabbriche diroccate. Per assicurare compattezza alla muratura con la pezzatura degli elementi lapidei disponibili, si inserivano legature in acciaio inox disposte trasversalmente in modo da collegare il paramento esterno con quello interno. Le due monofore e l’oculo centrale venivano ricostruiti sulla base della documentazione grafica e fotografica disponibile, come i preesistenti, contornati in conci di pietra squadrata posti sullo stesso filo della muratura grezza. La ricostruzione richiedeva particolare attenzione nella stereotomia degli elementi lapidei, rendendo necessaria l’esecuzione di imperniature in acciaio per collegare i conci che, dovendo essere ricavati dalla pezzatura del pietrame di reimpiego disponibile, non sempre avevano dimensioni sufficienti. Le analisi strutturali avevano evidenziato una forte vulnerabilità dei maschi murari tra l’oculo e le monofore che, per azioni sismiche nel piano della parete, manifestavano una crisi per taglio. Nella realizzazione dell’oculo, per sopperire alla modesta resistenza a taglio dei maschi murari limitrofi, aggravata dalla spinta a quote diverse degli archi dell’oculo e delle monofore, venivano progettate e poste in opera tre fasciature in acciaio inox disposte a cerchiare esternamente i conci dell’oculo, con l’ufficio di assorbire la spinta e garantirne l’indeformabilità (Fig. 10). Attraverso tale accorgimento, l’oculo, pur composto di conci, diveniva un elemento resistente sia a compressione, per effetto del mutuo contatto tra i blocchi lapidei, che a trazione, in forza della cerchiatura metallica realizzata. Il semplice intervento di rinforzo dell’oculo, garantiva una capacità di spostamento molto superiore come evidenziato dall’analisi strutturale. Nel rimontaggio delle orditure lignee di copertura, l’appoggio dei travicelli della manica orientale al di sopra dell’arcone, del tutto insufficiente, veniva integrato con ganci in acciai inox per il collegamento con la muratura del timpano, in prossimità delle catene. In modo analogo si procedeva nella ricostruzione dell’ultima campata della copertura della navata, smontata nel corso degli interventi di messa in sicurezza. Tale collegamento, oltre a sopperire ad una deficienza riscontrata in corso d’opera e impedire il possibile sfilamento delle travi, impegnava le strutture di copertura nell’azione di trattenimento della muratura. Più in generale, con i dispositivi di collegamento messi in opera, le strutture di copertura, opportunamente controventate nel loro piano per mezzo di bandelle metalliche, diventavano essi stessi elementi di ritegno al moto della parete fuori dal piano.
Ed eccoci al restauro dell’ambone e del candelabro per il cero pasquale. Il territorio abruzzese conserva una trentina di amboni in pietra; questi particolari monumenti, tutti costruiti all’incirca nell’arco di 135 anni, dal 1132 al 1267, idealmente adibiti all’esposizione artistica dei più alti valori simbolici del tempo, documentano il grande risveglio dell’arte abruzzese. Il pulpito di San Clemente a Casauria è uno tra quelli più importanti e meglio conservati. La sua costruzione è usualmente ricondotta a maestranze chiamate dall’abate Leonate intorno al 1176. A diretto cospetto del pulpito si erge il candelabro, che si innalza su una base a forma di ara, probabilmente recuperato dai resti romani, con teste di leoni ai quattro spigoli. La parte superiore, della metà del sec. XIII, ed è un vero e proprio candelabro che doveva custodire il cero pasquale di San Clemente, formato da dodici colonnine simboleggianti gli apostoli, ancora integre all’inizio del sec. XIX, quando l’Abbazia fu abbandonata a seguito delle leggi Napoleoniche.
L’azione sismica del 6 aprile investiva l’abbazia in direzione prevalentemente longitudinale provocando il crollo del muro di timpano con una dinamica non molto lontana da quella prefigurata dal Gavini negli anni ’20. Grossi blocchi e calcinacci provenienti dalla muratura del timpano precipitavano rovinosamente al suolo centrando i due famosi manufatti, i quali per conto loro avrebbero resistito bene alla scossa sismica, poiché non manifestavano danni all’effetto diretto dell’energia trasmessa dal terremoto, ma venivano investiti dal crollo del timpano sommitale.
Una volta capito il meccanismo del danno provocato dal sisma, si mettevano in opera di raccolta dei frammenti e delle schegge, anche le più piccole. Con l’aiuto di una testuggine era possibile, un po’ alla volta, raccogliere tutte le macerie da sottoporre al vaglio, con la collaborazione attiva dei funzionari della Soprintendenza. Venivano recuperati 147 frammenti significativi, cioè al di sopra
dei 3 cm, e circa 300 frammenti meno significativi, tutti fotografati e schedati per il successivo restauro
Conclusa la messa in sicurezza dei frammenti, iniziava la valutazione dell’effettivo danno provocato dall’evento sismico. Il complesso dei danni patiti dall’ambone era piuttosto grave. Tre dei quattro architravi fratturati al centro, due di essi con dislocazioni significative, il piano di calpestio fratturato anch’esso. Il solo architrave privo di danni era quello che guarda l’altare, che però era stato sostituito al tempo del restauro di Pier Luigi Calore. A ben guardare alcune fratture interessavano i piedritti che intelaiano il pluteo destro, nonché il pluteo stesso lesionato in più punti. Diverse le perdite alle parti aggettanti come i fiori, la testa del leoncino ed i leggii. Nel complesso tutti gli elementi della balaustra avevano subito un assestamento repentino e gravoso, con l’apertura delle commessure, rotazioni e il distacco di numerose vecchie stuccature.
Il Candelabro presentava numerose perdite di materiale lapideo finemente lavorato e di alcune tessere musive, anche se il secondo ordine di colonnine era già mancante. Ciò che appariva grave era lo squilibrio che si era formato con il colpo inferto tra i vari elementi costitutivi, e che aveva prodotto l’inclinazione dello stesso candelabro di alcuni gradi verso l’ambone; i rocchi avevano perduto i necessari piani di appoggio e pertanto la parte superiore dondolava sensibilmente anche con piccole sollecitazioni.
Le soluzioni che si prospettavano erano essenzialmente due: (i) lo smontaggio integrale dell’ambone, il successivo rimontaggio e ricomposizione su di una piattaforma isolata alla base per garantirne la sicurezza nei futuri eventi sismici; (ii) lo smontaggio della parte dell’ambone sopra il calpestio, il rinforzo e la messa in pristino degli architravi, la risarcitura delle lesioni delle lastre di calpestio e il rimontaggio di tutto il sistema della balaustra, una volta ricomposte le lastre fratturate dei plutei, i piedritti e i corrimano di coronamento.
La direzione dei lavori propese nettamente per la seconda soluzione sia a fronte degli impegni assunti nei confronti degli enti finanziatori in quanto a finanziamento e tempi di realizzazione, sia, soprattutto, per il carattere molto invasivo che un intervento di isolamento sismico alla base avrebbe comportato. Molto spesso l’intervento su un bene storico-artistico deve trovare una sintesi tra due istanze egualmente nobili, quella della sicurezza e quella della conservazione e troppo spesso con una presunta necessità di garantire la sicurezza del bene sono stati irrimediabilmente compromessi la stessa natura materica e strutturale del bene.
Il progetto complessivo, che necessariamente seguiva le indicazioni fornite dai referenti istituzionali, e l’Alta Sorveglianza sul restauro dei beni, comprendeva una serie di lavorazioni che possono essere così riassunte:
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– per l’ambone, lo smontaggio della parte superiore delle cornici, dei pilastri e dei plutei al di sopra del piano di calpestio; la rimozione dalla collocazione originaria di elementi di vincolo, la cerchiatura delle porzioni non smontate, la movimentazione dei pezzi smontati presso il laboratorio di cantiere, allestito ai piedi dei manufatti, e poi il sollevamento mediante martinetti idraulici e il rinforzo degli architravi fratturati con elementi in acciaio inox.
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– Per il candelabro, oltre che quasi tutti gli interventi messi in atto anche per l’ambone, sono stati progettati appositamente le tecniche che hanno permesso di alzare meccanicamente, ma in tutta sicurezza, gli ultimi due pesantissimi rocchi di colonna, costituenti proprio la lanterna, per mezzo di un sistema misto a “spingere e tirare”, per permettere la separazione delle superfici di contatto e la successiva sostituzione delle lastre in piombo spessorate che fungevano da stabilizzatori.
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– Per entrambi i manufatti, si è poi provveduto alla pulitura delle superfici e dei pezzi distaccati, eseguita nel laboratorio di cantiere,
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– Rimozione e l’assorbimento di ossidi di ferro, di rame o altri metalli o leghe, mediante applicazione di sostanze complessanti a tampone o a pennello.
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– incollaggi dei pezzi fratturati, con la riadesione di scaglie e frammenti a ricostruire l’unità dei singoli elementi, inclusa la realizzazione di eventuali perni in acciaio inox, la ricollocazione delle parti precedentemente rimosse seguendo la mappatura precedentemente realizzata.
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– Stuccatura con malta a base della stessa pietra adeguatamente macinata legata con resina acrilica e pigmentata con ossidi nei casi di fessurazioni, fratturazioni, mancanze profonde.
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– Integrazione di parti mancanti di pietra o laterizio, al fine di ricostruire parti architettoniche o decorative nonché di restituire unità di lettura all’opera
– Infine la protezione superficiale per rallentare il degrado, con resine acriliche in soluzione date a pennello.
Nel complesso gli interventi ristabilivano la condizione di stabilità dei monumenti nel rispetto della loro concezione originaria. Per l’ambone ad esempio, si ristabiliva il sistema molto raffinato di pesi e contrappesi, in cui le lastre del calpestio proseguono sotto i piedritti e la loro stabilità è assicurata dal peso stesso delle lastre di balaustra. I plutei, dal canto loro, sbilanciati verso l’esterno per effetto delle parti aggettanti scolpite ad alto rilievo, erano trattenuti dalle intelaiature composte dai piedritti d’angolo e dalle lastre di corrimano, il tutto, assicurato dalle zanche di collegamento.
Zeitleiste:
2010
Progetto
2011
Realizzazione